Perché è importante essere presenti su Google

di | 20 Ottobre 2016

seoC’è un numero che può essere paragonato alle cifre stratosferiche di una grande multinazionale o del prodotto nazionale lordo di un paese industrializzato: quello delle ricerche mensili su Google. Ogni giorno Google mette insieme oltre 5 miliardi di ricerche in tutto il pianeta. 5 miliardi.

Un numero imbarazzante al solo pensarci, ma che ci dice tutto sull’importanza di questo motore di ricerca nel veicolare il traffico verso i siti web.

A differenza di Facebook, il secondo (distante) sito più visitato al mondo, Google ti spinge a uscire dal suo sito, anche se ultimamente cerca di fornirti informazioni pertinenti nella sua prima pagina. Ma nella stragrande maggioranza dei casi vuole che visiti i siti posizionati nella prima pagina. Come ci sono arrivati? Come è possibile che certi siti siano presenti sulle prime posizioni di Google e altri no?

Dipende dai fattori di indicizzazione e posizionamento.

Google funziona come un grande catalizzatore e organizzatore di dati. In molti ignorano il fatto che quando facciamo una ricerca su Google, non la stiamo facendo sul web, ma sulla parte di esso che Google ha indicizzato o è riuscito a indicizzare nel suo enorme datacenter. Il datacenter, come suggerisce il nome, è un database elaboratore di dati, che mette insieme tutti i siti che Google è riuscito a scaricare, ordinandoli secondo criteri. Questi criteri sono i fattori di posizionamento.

Un esempio per capire come funziona Google

Mettiamo il caso che fuori dalla mia casa ci sia un enorme carico di palline di tutti i colori, ma che decida di farne entrare in casa solo di determinate. Ad esempio quelle di un certo diametro, quelle senza difetti, lascio fuori quelle sgonfie, quelle ammaccate o quelle bucate. Successivamente decido di ordinare quelle che ho portato con me in degli scaffali, secondo dei criteri che decido a tavolino, ma che hanno una logica. Quando inviterò un amico a prendere una pallina, una specifica, tra tutte quelle che ho riposto negli scaffali, basterà una semplice ricerca secondo i criteri che ho stabilito, per trovarla esattamente in quella posizione.

I fatti importanti in questa analogia sono due: il primo è che ho lasciato fuori da casa un’enormità di palline. Il mio amico che necessita di una determinata pallina non potrà mai avere accesso a quelle escluse. Questo è il cosiddetto deep web o dark web, quella porzione nettamente maggioritaria che Google non vuole o non può indicizzare. La parte visibile è rappresentata dalle palline che ho sistemato negli scaffali. Questi rappresentano il datacenter dove le sistemo. Per un sito essere nel datacenter è già qualcosa, ma essere in prima file nelle ricerche è un altro paio di maniche.

Per poter ottenere questa esclusiva, che Google riserva solo a 10 siti per ogni ricerca, esso deve corrispondere a dei requisiti di qualità, autorevolezza, attendibilità che si ottengono attraverso il concorso di particolari specifiche del sito stesso e il numero e la qualità di link in entrata.

Per Google i link e le citazioni esterne valgono come una lettera di raccomandazione accademica, come una nota in una pubblicazione scientifica. Questo approccio accademico viene dalla formazione scientifica dei due fondatori, Larry Page e Sergey Brin, ma in sostanza ci vuol dire che migliore è la reputazione del sito, desunta da quanto ne scrivono altri siti, migliore sarà il mio posizionamento. È un concetto complicato, ma che in fondo equivale al riconoscimento scientifico di una pubblicazione.

Contenuti forti per migliorare il sito
Se ne deduce che
per migliorare il posizionamento del sito occorre dotarlo di sufficiente autorevolezza. Questa è basata su un punteggio scalato attraverso la comparazione di occorrenze, citazioni, link in entrata, pertinenza e user experience (UX). Un sito che riceve poche visite, ma buone, nelle quali l’utente rimane per tempo, prima o poi, seguitando a produrre contenuti di questo tipo, si posizionerà bene. Un sito che invece produce contenuti non letti, di scarsa utilità, che generano zero coinvolgimento (misurabile attraverso delle metriche che Google ha a disposizione attraverso Chrome e le sessioni di Analytics e di Gmail), finirà per perdere inesorabilmente traffico.

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